Evoluzione del concetto di Salute

 

Nel 1948 l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce la salute uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza di malattia o infermità, definizione riaffermata con forza nella Conferenza di Alma Ata sull'assistenza sanitaria primaria del 1978.

In tale concetto di salute vi è pertanto il riconoscimento dell'unità e complessità psico-fisico-emozionale di ciascun individuo, come già intuito da Ippocrate di Kos (460-370 a.C.), fondatore della medicina occidentale.

 

L'art: 32 della Costituzione Italiana così recita: "La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana".

Il diritto fondamentale alla salute e il riconoscimento a ciascun cittadino, in grado d'intendere e volere, della libertà di rifiutare su di sè trattamenti indesiderati non possono, quindi, prescindere dal diritto al rispetto della persona, delle sue opinioni, della sua capacità di autodeterminazione e della sua libertà di vivere nel modo ritenuto più opportuno, per sé e per la propria dignità personale.

 

Nella Carta della Conferenza di Ottawa sulla promozione della salute del 1986, si riconosce che "...Per raggiungere uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, un individuo o un gruppo deve essere capace di identificare e realizzare le proprie aspirazioni, di soddisfare i propri bisogni, di cambiare l'ambiente circostante e di farvi fronte. La salute è quindi vista come una risorsa per la vita quotidiana, non è l'obiettivo del vivere. La salute è un concetto positivo che valorizza le risorse personali e sociali, come pure le capacità fisiche. Quindi la promozione della salute non è una responsabilità esclusiva del settore sanitario, ma va al di là degli stili di vita e punta al benessere".

 

La Convenzione di Oviedo, sottoscritta dagli Statti membri del Consiglio d'Europa nel 1996, proclamando il primato dell'essere umano, del suo interesse e del suo bene sugli interessi della società e della scienza, si pone l'intento di proteggere la dignità e identità dell'essere umano e di garantire a ogni persona, senza discriminazione alcuna, il rispetto della sua integrità e dei suoi diritti e libertà fondamentali riguardo alle applicazioni della biologia e della medicina.

Stabilisce, altresì, come regola generale, che nessun intervento nel campo della salute possa essere effettuato se non dopo che la persona interessata, ricevuta un'informazione adeguata sullo scopo e sulla natura dell'intervento, sulle sue conseguenze e i suoi rischi, abbia dato un consenso libero e informato, con la facoltà di ritirarlo in qualunque momento.

 

 L'Arte della cura

 

L'arte medica presuppone la disponibilità a prendersi cura della persona malata con un comportamento e una dedizione che nascono da una spinta interiore, fondata sull'amore per la persona come valore universale.

A incentrare la propria scienza sull'amore per l'uomo fu per primo Ippocrate di Kos, l'uomo  che  più di 2000 anni fa  cambiò il volto all'arte della guarigione sorretto da una coscienza professionale e da un'etica altissime, che imponevano di rispettare la persona, di difendere la sua vita e la sua dignità, di sacrificarsi per gli ammalati, di preservarli da svantaggi e da ingiustizie.

A lui risale l'imprenscindibile necessità di prendere in considerazione una persona malata come unità psico-fisico-emozionale, di ascoltarla e di rispettarla, nella consapevolezza della sua alterità.

 

Oggi, il rapporto tra medico e paziente è quasi sempre basato sullo squilibrio tra la posizione del primo, presunto detentore del sapere e dell'arte della cura, e la passività dipendente del malato che già Ippocrate cercò di equilibrare, introducendo nella relazione medico-paziente l'amore per la propria arte e l'amore per l'uomo, sì da pervenire a un rapporto di amicizia e collaborazione.

Il medico, da collaboratore della Natura, secondo l'arte medica tradizionale con le sue migliaia d'anni di esperienze e sperimentazioni, si è via via trasformato in tecnico del corpo, sostitutore di organi e funzioni, dimenticando troppo spesso di essere portatore di una responsabilità morale e professionale non paragonabile ad altre, nella considerazione che la medicina ha per oggetto un soggetto: l'uomo!

 

Ma quanti medici sanno mantenere fede alla loro iniziale predisposizione, difendendo la propria dignità personale e professionale senza piegarsi alle lusinghe, alle limitazioni o alle imposizioni di un sistema sanitario influenzato e dominato dagli interessi di svariati poteri?

E' comune esperienza, fatte salve le dovute eccezioni, che ciò non avvenga tanto frequentemente e che la maggior parte dei medici, chiudendosi in atteggiamenti omertosi e in difese corporativistiche ad oltranza (salvo isolarsi individualmente nell'errata convinzione della propria autosufficienza professionale), generalmente accettino, per convenienza personale, per paura o per altri motivi, di divenire complici di un sistema soffocato dall'affarismo e dalla corruzione, di sottomettersi acriticamente a linee guida, prassi e protocolli astratti e preconfezionati, di fruire di vantaggi, agevolazioni e regalie d'ogni genere, in cambio della prescrizione di farmaci trattati, ormai, come beni di consumo anziché come strumenti di salute.

 

Scrive il medico e saggista Giorgio Cosmacini:

"Il medico non è più un buon padre o un franco alleato, è un organizzatore di tecniche e di pratiche ispirate a una filosofia della cura, dove etica ed economia sono le due facce di una stessa pregiata moneta da investire nella cura di una persona..." (da  "La tormentata storia del rapporto tra medico e paziente", ne "Il Sole 24 Ore" 26 marzo 2000).

"... non si tratta di ricuperare la benemerita figura del 'medico di famiglia' o 'di condotta' ottocentesco, si tratta di consentire al medico generale di ricuperare la nozione globale della propria attività, ispirata a un paradigma ippocraticamente perenne, dove l'interesse per i fattori somatici e psichici di equilibrio interno si prolunga nell'interesse per i fattori esterni di salubrità..." (in "L'arte lunga - Storia della medicina dall'antichità ad oggi, Editori Laterza).

 

 

Scienza, coscienza ... e cuore

 

Ci piace qui riportarere il racconto con cui un medico, Raffaella Pomposelli, descrive il proprio rapporto con i pazienti, un rapporto che non è di dominio, in cui il paziente è la parte più debole perchè privo di  competenze e il medico la parte più forte perchè detiene il monopolio della conoscenza, ma un incontro tra la competenza medico-scientifica di chi cura e la competenza di sé di chi chiede di essere curato.

 

"... Parto dal presupposto che la persona ha sviluppato quella malattia perché non poteva fare diversamente, perché questa era la sua maniera di esprimere il suo disagio verso se stessa, verso la famiglia, verso il mondo, ma anche la sua creatività in quel momento. Se si ha l’umiltà e la capacità di stare in silenzio a guardare questo affresco che emerge, pur distruttivo, nella sua complessità, allora forse c’è la possibilità di trovare la via per capire che cosa in quel momento quella persona ci vuol raccontare.

Ho dovuto imparare a registrare nel mio cervello che le modalità con cui chiunque reagisce sono assolutamente peculiari, caratteristiche specifiche personali: esiste una competenza silenziosa in ciascuno o ciascuna che offre a me, terapeuta, la possibilità di utilizzarla, decodificarla, confrontarla con la mia competenza tecnica e restituirgliela il più delle volte sotto forma di rimedio… insieme a consigli di vita, dietetici, ecc. E in alcune circostanze particolari sotto forma di solidarietà o di sostegno umano.

Oggi non ho più dubbi sul fatto che una relazione terapeutica, perché possa chiamarsi relazione, necessita di due parti con la loro specifica competenza e che l’una non può funzionare senza l’altra. La mia competenza è quella di ascoltare il più possibile senza pregiudizi il/la mia paziente e di prendere come dato prezioso il suo modo di ammalarsi; i suoi sintomi in quel momento storico esprimono la sua personale modalità di compensare, reagire o soccombere a un determinato stress.

La competenza del / della paziente sta nel definire in maniera il più possibile precisa il suo dolore, la sua disperazione. Non è semplice perché noi non siamo cresciuti con l’idea che ciò che  sentiamo è verità. In generale ciò che sente  il/la paziente deve rientrare in schemi preconfezionati, altrimenti viene negato che possa succedere.

Alcuni medici hanno rinunciato alla loro responsabilità di sentire con le loro orecchie e mani e di vedere con i loro occhi, sono diventati esecutori anonimi delle industrie farmaceutiche e dei macchinari diagnostici. Hanno fatto proprio il concetto che l’atto terapeutico, la diagnosi, la prescrizione vogliano dire centinaia di analisi. Si sono, in una parola, spogliati della loro competenza: come possono sospettare che i loro pazienti ne abbiano una?

Per me la relazione con il mio / la mia paziente è il perno del processo di guarigione: la prescrizione del farmaco è tanto più precisa e specifica quanto più lui / lei mi fornisce i suoi sintomi peculiari. Il dolore smette di essere qualcosa contro il quale lottare e da far tacere a tutti i costi, ma diventa qualcosa che impariamo ad ascoltare, e capire e decodificare diventa un’esperienza chiarificatrice. Insieme cogliamo il senso di quel dolore e allora posso prescrivere il farmaco adeguato. In questo tipo di relazione c’è una persona (il / la paziente) che si trova al massimo della subalternità. Il rapporto di potere che da sempre ha caratterizzato la relazione medico-paziente lascia il posto al rapporto terapeutico, un rapporto di autorità, in cui la corresponsabilità è la qualità stessa della relazione.

Quando sottolineo al massimo il fatto che il medico si cali là dove ogni paziente lo vuole chinare, non intendo affatto rinunciare al mio atto di autorità, tutt’altro, è proprio per fare il mio atto di autorità al massimo della mia competenza, perciò della scientificità, che mi calo nell’ascolto di questa persona, perché solo in questo modo è possibile fare un atto di autorità leale con se stessi e con la persona. Per arrivare a questo, si richiede un lavoro di continuo scambio, da non etichettare in paradigmi, vecchi o nuovi.

E’ questa la mia continua ricerca. Non è stato né semplice né indolore avvicinarmi sempre di più a chi curavo e spogliarmi sempre di più del mio ‘ruolo di stato’. La paura più grossa, specie nei primi tempi, è stata quella di perdere l’autorità ai loro occhi, ma man mano che ho smesso di sentirmi l’unica detentrice della verità sul tema salute e ho deciso la strategia terapeutica con la partecipazione delle e dei pazienti stessi, sempre più consapevoli, attivi e protagonisti, mi sono sentita sempre più integra e incollata dentro.

Man mano che ho potuto credere a loro e a quello che sentivano, ho potuto credere in me e a quello che sentivo. La guarigione avviene quando la creatività del / della paziente comincia a esprimersi. Questo è il mio criterio di valutazione, un criterio certamente soggettivo. Ce n’è un altro, oggettivo, cioè che i sintomi si presentano con una pesantezza e uno spessore sempre più ridotti.

Penso che il sintomo sia il segnale attraverso cui una persona esprime un disagio, ma se all’interno di questo disagio lui / lei trova il suo accomodamento, quel segno se lo porterà sempre più dentro in modo sempre più labile e leggero, ma sarà quello il suo segnale, il suo campanello d’allarme.

Quando vedo che una persona comincia ad avere piacere di scrivere, cosa che non faceva prima o non faceva più, quando comincia ad avere piacere di alzarsi la mattina, piacere ad avere un ritmo all’interno della sua esperienza, a questo punto inizio a dirmi che può camminare con le sue gambe ed inizio anche dentro di me a prendere la distanza (perché esiste anche la dipendenza della terapeuta dal paziente).

Ogni volta che entro in relazione profonda con qualcuno parteggio sempre attivamente per questa parte creativa, che deve emergere. Che deve vincere.

A me curare piace: io provo gioia quando viene da me una persona che ha fatto un passo avanti, anche piccolo. E’ una sensazione meravigliosa che, ad esempio, io provo quando l’energia che sembrava congelata, surgelata, poi comincia a rinvigorirsi e a prendere la sua direzione.

Anch’io ho a che fare con il fallimento, devo sempre ricominciare da capo, però ho la percezione interna che è solo questione di capire dov’è l’inghippo e allora mi accanisco, torno indietro, non mi rassegno.

Questa lotta continua per acquisire conoscenza mi dà gioia. Essere aperta col cuore al dolore altrui mi mette costantemente in contatto con la mia impotenza: è estremamente doloroso per me vedere una persona e non trovare un suo sintomo originario e non poter far nulla. E’ un’impotenza che sperimento spesso perché più ti sei guadagnata notorietà più da te arrivano persone che sono all’ultima spiaggia, non in termini metaforici, ma realmente. A quel punto non si sa più a che sintomo agganciarsi per cominciare a trovare il filo della matassa.

L’impotenza che sperimento quotidianamente è tanta.

Intanto parlo apertamente con le persone, e se arriva da me qualcuno che è all’ultimo stadio di un cancro, e a già fatto cinque cicli di chemioterapia, gli dico: ’Quello che posso fare per te al momento è questo, cercare di ridurre la tossicità della chemio, ma non sto curando te, sto solo cominciando ad arginare questi effetti’.

Per finire:

per me è necessario cambiare l’idea della malattia, prima che la malattia cambi noi.… Bisogna cominciare a vedere la malattia come qualcosa di dinamico, un modo attraverso il quale la persona sta tentando di dire qualcosa con tutte le sue forze, e non lo sa dire in un altro modo. Allora diventa una comunicazione preziosa, non una sciagura da cui prendere le distanze o da demonizzare. La malattia fa parte della vita e farà sempre parte della vita…

L’essere umano, che modo ha di esprimere la sua vita? Non ha altri modi, se non attraverso l’espressione delle sue fragilità fisiche, emozionali e mentali, alternate al benessere fisico emozionale e mentale. Il divenire non è qualcosa di assolutamente perfetto, che nasce dal nulla. Il divenire è fatto di alti e bassi, di sentimenti, di desideri, di vari ritmi che vanno verso una maggiore armonia e consapevolezza di sé, di coerenza e di coesione tra la mente, il corpo e i sentimenti: la malattia non è altro che l’espressione del gradino dietro l’altro di questo cammino, a volte in salita, di questo viaggio evolutivo e creativo…" (tratto da "Due per sapere due per guarire" - Quaderni di via Dogana, Libreria delle Donne  - Milano,  settembre 1997). 

 

 

Scegliere

di scegliere!

 

Il diritto alla libertà di cura e di scelta terapeutica è una battaglia di civiltà!

Siete un'associazione che condivide la nostra battaglia?

 

Allora dobbiamo conoscerci!

 

(Per contattarci utilizzate le modalità previste nella sezione Contatti) 

Le nostre iniziative le trovate nella sezione Novità

Dirette streaming eventi:

http://www.ustream.tv/channel/fedilco

Stampa Stampa | Mappa del sito
Federazione per il Diritto alla Libertà di Cura - Onlus, Via di Villa Glori 41 - 33100 Udine

E-mail

Come arrivare